Nodo ferroviario, Capozzi incalza: «Per Udine tempi troppo lunghi e aree non restituite»
In Commissione regionale la consigliera M5S critica l’orizzonte al 2039 e contesta il mantenimento del tracciato ferroviario dentro la città.
Per Udine il nodo non è soltanto tecnico: riguarda traffico, quartieri e spazi che da anni la città attende di recuperare. È da questo punto di vista che la consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Rosaria Capozzi è intervenuta dopo l’audizione dedicata al nodo ferroviario udinese, svolta in IV Commissione a Trieste su sua richiesta.
La presa di posizione arriva dopo il confronto nell’emiciclo di piazza Oberdan e mette al centro due questioni che toccano direttamente il capoluogo friulano: i tempi ipotizzati per arrivare alla conclusione dell’opera e la scelta di non eliminare del tutto il sedime ferroviario oggi presente nel tessuto urbano.
Il punto più contestato: la scadenza lontana
Secondo Capozzi, l’orizzonte temporale emerso è difficilmente accettabile per un’infrastruttura attesa da decenni. Nella sua valutazione, il percorso del nodo ferroviario si trascina da circa quarant’anni tra annunci, intese, risorse indicate e rinvii successivi, fino a una prospettiva che porterebbe la fine dei lavori addirittura al 2039.
Per la consigliera, una scansione di questo tipo rischia di deludere ancora una volta le aspettative della città. Il nodo, osserva, non interessa solo chi vive a Udine, ma anche chi entra da est, chi deve raggiungere Cividale e quanti ogni giorno convivono con una linea ferroviaria che incide sulla circolazione e sull’organizzazione urbana.
La questione delle aree che resterebbero occupate
Un altro passaggio ritenuto critico riguarda il mantenimento del sedime ferroviario per un eventuale impiego in caso di emergenza. Capozzi contesta questa impostazione perché, a suo giudizio, impedirebbe di restituire una parte significativa di territorio alla città.
Nella nota diffusa dopo la seduta, la consigliera si chiede per quale motivo una linea da usare solo in circostanze straordinarie debba rimanere proprio nel nodo di Udine e non in un altro tratto, indicando come esempio la direttrice Pm Cargnacco-Tarvisio. Da qui la critica politica: la soluzione prospettata, sostiene, non chiuderebbe davvero una frattura urbana sentita da tempo.
Il confronto con altri interventi infrastrutturali
Capozzi richiama poi una differenza che, a suo avviso, sarebbe emersa chiaramente durante l’audizione. Per alcuni interventi legati alle grandi realtà industriali di Cargnacco, sostiene, si riesce a procedere con un numero limitato di atti e con tempi più rapidi; per il nodo ferroviario che pesa sulla vita quotidiana degli udinesi, invece, il percorso apparirebbe molto più lungo e articolato.
È su questo squilibrio che l’esponente del M5S concentra l’ultima parte della sua critica, chiedendo perché opere considerate strategiche per i cittadini debbano affrontare un iter così complesso. Il nodo ferroviario di Udine, nella sua lettura, resta quindi un dossier aperto non solo sul piano tecnico, ma anche su quello politico e amministrativo.
Per la città il tema resta centrale: non riguarda soltanto una linea o un cantiere futuro, ma il rapporto fra infrastrutture, mobilità e qualità degli spazi urbani. Ed è proprio su questi effetti concreti per Udine che il confronto regionale è destinato a proseguire.