Rete di badanti irregolari, verifiche anche nell’Udinese: 29 arresti nell’inchiesta partita da Bolzano

L’indagine della Guardia di Finanza tocca anche il Friuli Venezia Giulia: contestati sfruttamento del lavoro, documenti falsi e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

07 ottobre 2026 18:58
Rete di badanti irregolari, verifiche anche nell’Udinese: 29 arresti nell’inchiesta partita da Bolzano -
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C’è anche l’Udinese tra i territori raggiunti dall’operazione coordinata dalla Procura di Bolzano su un presunto sistema di reclutamento e impiego illecito di assistenti familiari georgiane. Il bilancio diffuso dagli investigatori parla di 29 arresti in flagranza, 95 perquisizioni e 101 persone denunciate complessivamente.

Per il Friuli Venezia Giulia l’attenzione si concentra sulle verifiche eseguite nelle province di Udine, Gorizia e Pordenone, inserite in un’attività investigativa di ampia portata che ha coinvolto circa 220 militari della Guardia di Finanza in diverse zone d’Italia.

L’inchiesta è stata disposta dalla Procura della Repubblica di Bolzano, con il coordinamento del procuratore aggiunto Igor Secco, ed è maturata dagli accertamenti svolti dalla Compagnia di Merano. Al centro ci sarebbe un’organizzazione radicata in Alto Adige ma con collegamenti in altri territori.

Come funzionava il sistema ricostruito dagli investigatori

Secondo l’ipotesi accusatoria, il gruppo avrebbe fatto arrivare in Italia donne georgiane in cerca di lavoro, da impiegare poi come badanti e collaboratrici domestiche. Il reclutamento, stando a quanto emerso, sarebbe avvenuto direttamente in Georgia, dove due connazionali avrebbero avuto un ruolo centrale nella selezione delle lavoratrici.

Una volta giunte nel nostro Paese, le donne sarebbero state sistemate in alloggi messi a disposizione da un cittadino italiano ritenuto vicino alla rete. In seguito venivano indirizzate verso famiglie alla ricerca di assistenza domestica, in particolare tra Alto Adige e Trentino.

Il nodo dei documenti e dei falsi codici fiscali

Uno dei passaggi decisivi del presunto meccanismo, sempre secondo la ricostruzione investigativa, riguardava la modifica dei dati anagrafici e l’uso di documenti contraffatti. In questo modo più di cento lavoratrici sarebbero state presentate come cittadine comunitarie, ottenendo anche codici fiscali non genuini.

Per gli investigatori, questo espediente avrebbe consentito di superare i vincoli previsti per l’assunzione di personale straniero non comunitario, aggirando di fatto le regole legate agli ingressi per lavoro.

Le famiglie clienti ritenute estranee

Nel quadro delineato dalla Procura compare anche un’agenzia di collocamento con sede a Merano, formalmente in regola e gestita da due italiani. Proprio questa struttura, nella prospettiva accusatoria, avrebbe offerto alle famiglie un’apparenza di normalità nelle procedure di assunzione.

Gli inquirenti precisano però che i datori di lavoro sarebbero estranei ai reati contestati e non a conoscenza del sistema. Diversa la posizione attribuita ai gestori dell’agenzia, che avrebbero invece avuto consapevolezza della reale condizione delle donne impiegate.

Le accuse e i controlli che toccano il Friuli

Le ipotesi di reato formulate a vario titolo comprendono intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, possesso e fabbricazione di documenti d’identità falsi, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazioni legate all’ingresso e alla permanenza sul territorio dello Stato.

Le perquisizioni hanno interessato dieci province: oltre a Bolzano e Trento, anche Udine, Gorizia e Pordenone, insieme a Crotone, Reggio Emilia, Reggio Calabria, Pisa e Bologna. L’obiettivo degli accertamenti è recuperare documenti, dispositivi informatici e altri elementi utili a chiarire ruoli e collegamenti tra gli indagati.

Le condizioni delle lavoratrici al centro dell’inchiesta

L’indagine ha acceso i riflettori anche sulle condizioni in cui sarebbero state tenute le donne reclutate. In diversi casi, secondo quanto emerso, i documenti personali sarebbero stati trattenuti e gli spostamenti da una famiglia all’altra decisi senza un reale margine di scelta da parte delle lavoratrici.

A questo si sarebbe aggiunta la richiesta di consegnare una parte dello stipendio o altre somme in cambio dell’impiego e della fittizia regolarizzazione. Un aspetto che rafforza il filone investigativo legato allo sfruttamento di persone in situazione di particolare vulnerabilità.

Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari. Le responsabilità penali delle persone coinvolte dovranno essere accertate nel corso dell’iter giudiziario e, fino a eventuale sentenza definitiva, resta valido il principio di presunzione di innocenza.

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