Udine ricorda Italo Zannier, maestro della fotografia e docente legato all’ateneo friulano
Scomparso lo studioso nato a Spilimbergo: nel 2004 l’Università di Udine gli assegnò la laurea honoris causa in Conservazione dei beni culturali.
Nel mondo della cultura friulana si apre un vuoto importante con la scomparsa di Italo Zannier, figura centrale per gli studi fotografici in Italia e nome che a Udine ha lasciato un segno preciso anche nell’attività universitaria.
L’Università di Udine, attraverso il rettore Angelo Montanari, ha espresso il proprio cordoglio per la morte dello studioso originario di Spilimbergo, riconosciuto a livello nazionale come uno dei protagonisti assoluti della storia della fotografia.
Il rapporto con l’ateneo udinese non fu soltanto simbolico. Zannier insegnò infatti anche nel capoluogo friulano e nel 2004 ricevette la laurea honoris causa in Conservazione dei beni culturali, conferita il 29 settembre su proposta dell’allora Facoltà di lettere e filosofia.
Il riconoscimento dell’ateneo udinese
La motivazione di quel conferimento metteva al centro il contributo dato alla conoscenza della fotografia, alla sua diffusione culturale e al lavoro portato avanti negli anni per la tutela e la valorizzazione degli archivi e del patrimonio fotografico.
In quella occasione Zannier tenne una lectio dal titolo “Il sogno della fotografia”, mentre la laudatio fu affidata alla preside Caterina Furlan. Pochi giorni più tardi, nell’ottobre dello stesso anno, partecipò anche all’avvio del Laboratorio informatico per la documentazione storico artistica dell’università, il Lida, con un intervento dedicato a “Carlo Scarpa nella fotografia in archivio”.
Da Spilimbergo un’eredità culturale che parla al Friuli
Il suo nome resta strettamente associato anche a Spilimbergo e a Lestans, luoghi nei quali contribuì in modo decisivo alla crescita di una cultura fotografica riconosciuta ben oltre i confini regionali. Zannier fu tra i promotori e gli animatori del Craf, il Centro di ricerca e archiviazione della fotografia.
Grazie anche a quel lavoro, il territorio spilimberghese si è affermato come punto di riferimento per studiosi, appassionati e operatori del settore. Prima ancora dell’attività accademica, Zannier aveva attraversato stagioni creative importanti, passando dall’interesse per il cinema alla pratica fotografica.
Nel 1955 pubblicò a Spilimbergo, insieme al Gruppo friulano per una nuova fotografia, quello che viene ricordato come il manifesto della fotografia neorealista. Qualche anno più tardi, nel 1963, firmò il primo fotolibro dedicato al Friuli Venezia Giulia, con testi di Elio Bartolini.
La svolta verso insegnamento e ricerca
Tra gli anni Sessanta e Settanta diede alle stampe numerosi volumi, spesso rivolti ai temi dell’architettura e dell’ambiente, ma anche ad artisti come Giuseppe Zigaina e Luigi Spacal. Il 1976 segnò però un passaggio decisivo nel suo percorso.
Dopo il terremoto in Friuli e la mostra “Fotografia & fotografia” a Pordenone, Zannier si allontanò progressivamente dall’attività di fotografo per dedicarsi soprattutto alla riflessione critica, alla ricerca e all’insegnamento universitario.
La sua esperienza didattica toccò istituzioni di primo piano: dal Corso superiore di disegno industriale di Venezia allo Iuav, dal Dams di Bologna all’Università Cattolica di Milano, passando per Ravenna, Ca’ Foscari e anche l’Università di Udine, dove il suo profilo di docente e studioso era particolarmente apprezzato.
Autore di centinaia di contributi scientifici, Zannier ha lasciato anche opere di sintesi e antologie che sono diventate testi di riferimento per chi studia la storia della fotografia.
Il lavoro nelle mostre e nella critica
Accanto all’impegno accademico, intensa fu l’attività come critico e curatore. Nel corso degli anni seguì molte esposizioni in Italia e all’estero, consolidando un ruolo autorevole nel dibattito culturale nazionale.
Fu inoltre presidente del comitato scientifico del Museo di Storia della fotografia fratelli Alinari di Firenze. Per Udine e per il Friuli resta l’eredità di uno studioso che ha saputo trasformare la fotografia in memoria, disciplina e patrimonio condiviso.