Anche Udine nella rete per dare un nome ai corpi non identificati: via al protocollo regionale sul Dna
Firmata a Trieste l’intesa che coinvolge anche l’Università di Udine e il sistema sanitario regionale: in Friuli Venezia Giulia restano 13 casi aperti.
Ci sono tredici persone morte in Friuli Venezia Giulia che, ancora oggi, non hanno un nome certo. Per provare a ridurre questo numero, la regione si è dotata di una procedura condivisa che permette di raccogliere campioni biologici dai corpi non identificati e confrontarli con la banca dati nazionale del Dna.
Per il territorio udinese il passaggio ha un rilievo diretto, perché nell’intesa compare anche l’Università di Udine, insieme agli altri soggetti istituzionali chiamati a costruire un percorso stabile di identificazione. L’obiettivo è rendere più ordinato e rapido un lavoro che tocca insieme magistratura, sanità, prefetture e amministrazioni locali.
Il nodo dei casi ancora senza identità
Il quadro regionale parla di 13 cadaveri non ancora identificati. A livello nazionale, invece, la banca dati dedicata registra circa 900 vicende. Il dato è stato richiamato durante l’incontro che ha accompagnato la firma del protocollo, con l’intervento in videocollegamento del commissario del Governo per le persone scomparse Saverio Ordine.
Il punto centrale dell’accordo è proprio questo: creare una corsia operativa che consenta di arrivare alla profilazione genetica dei resti e poi alla comparazione con i profili disponibili negli archivi dedicati. Un passaggio che può avere ricadute concrete anche per i familiari di persone scomparse, in cerca da anni di una risposta.
Che cosa cambia con il nuovo accordo
Il protocollo consente di avviare subito un metodo comune in attesa di una disciplina nazionale ancora in definizione. I campioni biologici raccolti potranno essere analizzati e messi a confronto con i dati presenti nella banca Dna, così da verificare eventuali corrispondenze utili all’attribuzione dell’identità.
Non ci sarà però soltanto il riscontro genetico. Gli esiti delle analisi saranno valutati insieme ad altri elementi: informazioni fornite dai parenti delle persone scomparse, dati riferibili alla persona prima della morte e ogni altro riscontro utile a ricostruire il profilo del deceduto.
In questo modo si prova a superare un vuoto operativo che finora rendeva più complesso uniformare tempi e procedure. La novità, infatti, non riguarda solo la tecnologia disponibile, ma soprattutto il coordinamento tra uffici e istituzioni diverse.
Chi firma e quale ruolo avrà Udine
L’intesa è stata sottoscritta nel Palazzo del Governo di Trieste. Attorno al tavolo si sono riunite le Prefetture del Friuli Venezia Giulia, le Procure della Repubblica coordinate dal Procuratore generale presso la Corte d’Appello, la Regione, le Università di Trieste e Udine, il Comune di Trieste come ente capofila delle amministrazioni comunali e Anci Fvg.
Per il Friuli centrale è significativo il coinvolgimento dell’ateneo udinese, inserito nella rete tecnica e scientifica che dovrà sostenere il percorso di identificazione. Accanto al mondo universitario, un ruolo operativo sarà svolto anche dal sistema sanitario regionale, chiamato a supportare materialmente le attività previste dall’accordo.
Il contributo del sistema sanitario regionale
L’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi ha spiegato che la Regione metterà a disposizione le proprie strutture sanitarie all’interno del circuito delineato dal protocollo. Si tratta di un tassello decisivo, perché senza una base organizzativa e sanitaria il meccanismo di raccolta e analisi dei campioni resterebbe solo sulla carta.
Secondo Riccardi, l’intesa introduce una procedura che finora mancava sul territorio regionale. L’assessore ha sottolineato che riuscire a stabilire con precisione chi sia una persona deceduta non attenua il dolore di chi aspetta notizie, ma può almeno consegnare una certezza su una vicenda rimasta sospesa.
Con la firma arrivata a Trieste, il percorso può partire subito anche per i casi che interessano il Friuli Venezia Giulia. Per le famiglie e per le comunità coinvolte, compresa quella udinese, significa avere uno strumento in più per trasformare un corpo senza nome in una identità finalmente riconosciuta.