Case della comunità, il nodo Udine riapre il confronto: Celotti chiede medici e regia condivisa

Dopo le discussioni sulle strutture di Udine e Tarcento, la consigliera regionale del Pd torna sul tema della sanità di prossimità e del coinvolgimento dei professionisti.

24 agosto 2026 20:50
Case della comunità, il nodo Udine riapre il confronto: Celotti chiede medici e regia condivisa -
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Il punto, per chi guarda alle nuove Case della comunità dal territorio udinese, non è solo aprire spazi o ridefinire sigle. La questione decisiva riguarda chi dovrà far vivere quei presidi ogni giorno e con quale organizzazione. È da qui che la consigliera regionale del Pd Manuela Celotti rilancia le sue critiche, tornando sulle difficoltà emerse attorno a Udine e Tarcento.

Secondo l'esponente dem, la riforma della sanità territoriale rischia di fermarsi a metà se non viene costruita insieme ai professionisti chiamati a renderla concreta. Nella sua lettura, senza una presenza stabile dei medici e senza un disegno operativo chiaro, i cittadini potrebbero non vedere quel salto di qualità annunciato.

Il caso Udine-Tarcento nel dibattito regionale

Le osservazioni di Celotti arrivano in una fase in cui il confronto sulle strutture dell'area udinese resta acceso. Le criticità segnalate nelle sedi di Udine e Tarcento, insieme alle prese di posizione sindacali, vengono indicate dalla consigliera come la conferma di problemi che, a suo dire, sarebbero sul tavolo da tempo.

Il contrasto, secondo questa impostazione, è tra la rappresentazione istituzionale delle nuove aperture e ciò che emergerebbe sul piano dell'organizzazione quotidiana. Per Celotti, cambiare nome ai servizi o attivare nuove sedi non basta se restano irrisolti i temi del personale, del coordinamento e del funzionamento reale.

Il tema, del resto, riguarda direttamente il territorio udinese perché tocca la tenuta dell'assistenza di prossimità e il rapporto tra i nuovi presidi e i medici di medicina generale. È su questo equilibrio che si gioca una parte importante della riorganizzazione sanitaria regionale.

Che cosa manca, secondo la consigliera Pd

Nell'intervento della consigliera torna soprattutto il tema della programmazione. A suo giudizio, la rete territoriale non può essere ripensata senza un confronto concreto con medici di base, infermieri, servizi sociali, Terzo settore e amministrazioni comunali.

Celotti sostiene che questo lavoro condiviso avrebbe dovuto partire molto prima, così da arrivare alla fase operativa con un quadro più definito su servizi, assetto e gestione. In assenza di questo passaggio, il rischio è di trovarsi con strutture formalmente nuove ma ancora incerte nella loro identità e nella loro funzione.

Il ruolo atteso delle Case della comunità

Nelle intenzioni della riforma, queste strutture dovrebbero diventare un punto di riferimento per la presa in carico dei pazienti, per la continuità assistenziale e per un accesso più semplice ai servizi. Dovrebbero inoltre rafforzare l'integrazione tra ambito sanitario e sociale e offrire anche attività di diagnostica di primo livello.

Si tratta di un passaggio particolarmente delicato per anziani, persone fragili e malati cronici, cioè per chi dipende maggiormente da una rete vicina e ben coordinata. Per questo, osserva Celotti, servirebbero equipe stabili e una partecipazione effettiva dei professionisti nella definizione del modello organizzativo.

Il timore espresso dalla consigliera è che l'occasione delle 23 strutture previste dal Pnrr in Friuli Venezia Giulia possa perdere forza innovativa se la costruzione del sistema non verrà accompagnata da contenuti, personale e condivisione. Nel dibattito aperto anche su Udine, il punto resta dunque capire se le Case della comunità sapranno trasformarsi in servizi riconoscibili e utili, oppure se resteranno un progetto incompleto agli occhi dei territori.

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