Marano, la laguna sotto pressione: barene più fragili e nuove richieste per difendere habitat e pesca

Nel confronto ospitato a Marano Lagunare, studiosi e istituzioni hanno indicato priorità concrete per tutelare biodiversità, valli da pesca e attività locali.

27 maggio 2026 12:56
Marano, la laguna sotto pressione: barene più fragili e nuove richieste per difendere habitat e pesca -
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La tenuta della laguna di Marano e Grado passa sempre di più dall’equilibrio tra tutela ambientale e lavoro quotidiano di chi quel territorio lo vive. È questo il messaggio uscito dall’incontro ospitato alla Pescheria Vecchia di Marano Lagunare, dove ricercatori, amministrazioni e operatori del settore hanno discusso dei cambiamenti che stanno interessando gli ecosistemi costieri dell’Alto Adriatico.

Al centro del confronto c’è stata la crescente esposizione delle barene e degli ambienti umidi lagunari agli effetti dell’innalzamento del mare e delle variazioni idrologiche, con ricadute che riguardano non solo la biodiversità ma anche attività storiche come la pesca e la vallicoltura.

L’appuntamento rientrava nel progetto europeo CRADLES, sostenuto dal Programma Interreg Ipa Adrion 2021-2027, dedicato al recupero e alla conservazione delle aree nursery negli ambienti umidi costieri e d’acqua dolce. Il progetto coinvolge partner di sette Paesi dell’area Adriatico-ionica; per la Regione il riferimento è Valter Colussa, direttore del Servizio Caccia e Risorse Ittiche.

Che cosa emerge dagli studi presentati a Marano

Una parte centrale dei lavori ha riguardato la ricerca illustrata da Saverio Fracaros e Stefano Sponza dell’Università di Trieste, dedicata al valore di barene e valli da pesca per la conservazione degli habitat e dell’avifauna acquatica tutelati nella rete Natura 2000 della laguna di Marano e Grado.

Le analisi hanno messo insieme rilievi geomorfologici, dati sedimentologici, monitoraggi idrometrici e informazioni ornitologiche. Il quadro che ne esce indica che i cambiamenti in corso non possono essere letti con un solo punto di vista: maree più critiche e fenomeni meteorologici intensi stanno rendendo più instabili aree decisive per la nidificazione.

Tra gli elementi più rilevanti c’è la condizione delle barene naturali, sempre più soggette a erosione e a periodi di sommersione. Quando diminuiscono le superfici emerse stabili, si riducono anche gli spazi disponibili per i nidi di varie specie di uccelli acquatici, con un impatto diretto sulla riuscita riproduttiva.

Il ruolo delle valli da pesca nella laguna friulana

Nel dibattito è stato sottolineato anche il peso crescente delle valli da pesca e dei dossi artificiali presenti nell’area lagunare. In un contesto reso più difficile dall’evoluzione climatica, queste porzioni di territorio possono offrire siti adatti alla nidificazione, a condizione che vengano gestite con attenzione sotto il profilo dei livelli dell’acqua e dei sedimenti.

Per un’area come quella di Marano, il tema ha un significato molto concreto: la manutenzione ordinaria e le pratiche portate avanti dai gestori delle valli non riguardano soltanto l’attività economica, ma possono diventare un tassello della conservazione ambientale. Da qui la richiesta emersa durante il workshop di riconoscere e sostenere questo contributo anche sul piano economico.

L’iniziativa è stata promossa dal Servizio Caccia e risorse ittiche della Direzione risorse agroalimentari, forestali e ittiche della Regione insieme al Coastal Group del Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università di Trieste, coordinato dal professor Giorgio Fontolan.

Università e ricerca: dal vivaio naturale al carbonio blu

Al workshop hanno portato il loro contributo anche i partner di Conisma, il consorzio che riunisce diverse università italiane attive nella ricerca marina e ambientale. Per l’Università Ca’ Foscari Venezia sono intervenuti Alice Stocco e Pietro Gorgosalice, mentre per l’Università degli Studi di Palermo ha partecipato Salvatrice Vizzini.

I ricercatori di Ca’ Foscari hanno richiamato l’importanza delle barene come aree di crescita e aggregazione per specie ittiche di pregio. Un altro aspetto evidenziato riguarda il valore della conoscenza ecologica locale, cioè l’incontro tra studio scientifico e sapere maturato sul campo da pescatori e operatori che conoscono da vicino i ritmi della laguna.

Dall’Università di Palermo è arrivato invece un approfondimento sugli habitat vegetati lagunari e sulla loro capacità di accumulare “carbonio blu”, cioè carbonio trattenuto dagli ecosistemi costieri. I risultati presentati fanno riferimento a ricerche condotte nella Laguna di Venezia e in aree umide e marine di transizione tra Croazia, Serbia e Grecia; attività analoghe sono state avviate anche nella laguna di Marano e Grado.

Le indicazioni uscite dal confronto

Nella parte conclusiva, il professor Fontolan ha richiamato la necessità di rafforzare il monitoraggio ambientale e di costruire una collaborazione più stretta tra ricerca, istituzioni e categorie che operano nella laguna. Il punto condiviso è che la protezione degli habitat non può essere separata dalla continuità delle attività tradizionali che contribuiscono a tenere vivo questo ambiente.

Per il territorio friulano si tratta di una questione che va oltre il solo piano scientifico: la laguna di Marano e Grado resta un patrimonio naturale ed economico delicato, e le scelte dei prossimi anni su gestione, manutenzione e sostegno agli operatori saranno decisive per conservarne l’equilibrio.

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