Friuli, 50 anni dopo il terremoto: a Nordest24 il racconto di chi c’era quella notte | VIDEO

Su Nordest24 lo speciale dell’8 maggio sul terremoto del Friuli, con Patrick Ganzini, Salvatore Fragomeno e Giuseppe De Santis.

11 maggio 2026 16:25
Friuli, 50 anni dopo il terremoto: a Nordest24 il racconto di chi c’era quella notte | VIDEO -
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Una puntata speciale per ricordare il terremoto del Friuli del 1976, per dare voce alla memoria di chi quella notte l’ha vissuta davvero e per raccontare, a cinquant’anni di distanza, il dolore, la solidarietà e la straordinaria capacità di rinascita di un’intera terra.

Giovedì 8 maggio, alle 20.30, su Nordest24 è andata in onda una trasmissione speciale curata e condotta da Patrick Ganzini, dedicata al 50esimo anniversario del sisma del 6 maggio 1976. Ospiti della puntata Salvatore Fragomeno e Giuseppe De Santis, due testimoni diretti di quelle ore drammatiche e dei primi interventi di soccorso.

La trasmissione si è aperta con il ricordo della giornata del 6 maggio, quando tutto il Friuli si è fermato per commemorare una delle pagine più dolorose della propria storia. A cinquant’anni dal terremoto che devastò interi paesi, provocando quasi mille morti, oltre 100mila sfollati e migliaia di feriti, Nordest24 ha scelto di dedicare uno spazio ampio al ricordo, alla testimonianza e alla riflessione.

Patrick Ganzini ha introdotto la puntata sottolineando come l’anniversario non sia stato soltanto un momento istituzionale, ma una giornata di profonda commozione collettiva. Il pensiero è tornato alle case crollate, alle famiglie distrutte, alle urla, alla paura e alla sofferenza. Ma anche alla forza di un popolo che, pur colpito duramente, seppe reagire senza arrendersi.

Nel racconto è emersa con forza l’immagine di un Friuli che non ebbe quasi il tempo di piangere, perché già nelle ore successive al disastro cominciò a rimboccarsi le maniche per ricostruire.

La puntata ha ripercorso anche la giornata commemorativa del 6 maggio, segnata dal Consiglio regionale straordinario e dalla presenza delle massime cariche istituzionali. A Gemona e nei luoghi simbolo della memoria erano presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, il presidente della Regione Massimiliano Fedriga, rappresentanti del Governo, delle istituzioni locali, dell’università, delle forze dell’ordine, dell’esercito e oltre 100 sindaci dei comuni colpiti dal terremoto.

Un momento solenne, nel quale il Friuli è stato ricordato non solo come terra ferita, ma anche come modello di ricostruzione, responsabilità e senso civico.

Durante la trasmissione sono stati richiamati alcuni dei passaggi più significativi pronunciati nelle celebrazioni ufficiali. Il presidente del Consiglio regionale, Mauro Bordin, ha ricordato il terremoto come una data capace di segnare un prima e un dopo nella storia morale e civile della regione. Fedriga ha invece insistito sull’immagine del Friuli che non si è fermato al dolore, ma ha scelto di ricostruire.

Nel corso della puntata è stato ricordato anche il momento di raccoglimento religioso che ha preceduto l’anniversario, con la messa presieduta dal cardinale Matteo Zuppi. Particolarmente significativo il messaggio di Papa Leone, arrivato al Friuli in occasione del 50esimo anniversario del terremoto.

Nel messaggio, il Santo Padre si è unito spiritualmente alla celebrazione in suffragio delle vittime e in ringraziamento per quanti, da diversi territori, portarono soccorso alle popolazioni colpite. Un pensiero rivolto non soltanto alla tragedia, ma anche alla capacità delle comunità locali di avviare una ripresa rapida e una ricostruzione definita un esempio di rinascita civile.

Ganzini ha sottolineato proprio questo doppio filo: il dovere di non dimenticare le vittime e, allo stesso tempo, la necessità di raccontare la forza di un popolo che seppe rialzarsi.

Uno dei momenti più intensi della puntata è stato il racconto di Salvatore Fragomeno, sottufficiale specializzato dell’Esercito italiano oggi in pensione e radioamatore. Fragomeno ha ricostruito con precisione quella sera del 6 maggio 1976, quando pochi secondi dopo le 21 il terremoto cambiò per sempre la vita del Friuli.

All’epoca prestava servizio con il grado di maresciallo presso il 27esimo Reggimento Artiglieria Pesante Semovente, con reparti dislocati tra la caserma Osoppo di Udine e la caserma Nanino di San Bernardo. La sera del sisma si trovava negli studi di quella che sarebbe poi diventata Radio Canale 49, nella frazione di Lazzacco di Pagnacco. Poco dopo avrebbe dovuto raggiungere uno studio notarile a Udine per la registrazione della testata giornalistica.

Alle 21.06, la scossa fece tremare violentemente l’edificio. Dopo i primi attimi di sgomento, Fragomeno raggiunse l’esterno, salì in auto e si mise in ascolto sulla ricetrasmittente, collegandosi al ponte ripetitore dei radioamatori.

Nel suo intervento, Fragomeno ha ricordato il ruolo determinante dei radioamatori nelle prime ore dopo il terremoto. In assenza di energia elettrica e con le comunicazioni interrotte, furono proprio loro a mantenere aperti collegamenti fondamentali.

I radioamatori, ha spiegato, scortavano i convogli in arrivo da tutta Italia verso il Friuli, comunicando alla prefettura il tipo e la quantità di materiale trasportato. Questo consentì all’onorevole Giuseppe Zamberletti, allora impegnato nel coordinamento degli aiuti e figura destinata a diventare centrale nella nascita della moderna Protezione civile, di organizzare in modo più rapido la destinazione dei soccorsi.

Fragomeno ha voluto ricordare come queste persone, riunite in associazioni locali, regionali, nazionali e internazionali, fecero qualcosa di unico in un momento in cui le comunicazioni tradizionali erano saltate.

Particolarmente toccante il passaggio dedicato alle prime richieste d’aiuto. Fragomeno ha raccontato di essere rientrato a casa per sincerarsi delle condizioni della propria famiglia, trovando la moglie e le due figlie in strada. Dopo averle fatte salire in auto, si diresse verso la caserma Osoppo, ritenendo quello il luogo più logico dove mettersi a disposizione.

Attraverso la ricetrasmittente arrivavano continue richieste d’aiuto da diverse località delle province di Udine e Pordenone. L’amico radioamatore Italo, da Maiano, chiedeva disperatamente l’invio urgente di soldati, raccontando di crolli e persone intrappolate.

Fragomeno ha ricordato con commozione l’immagine di una madre e della sua bambina morte sotto una pensilina, a pochi centimetri dalla salvezza. Un’immagine che, ha confessato, ancora oggi gli provoca dolore e lacrime.

Secondo quanto raccontato da Fragomeno, il comandante del reggimento, il colonnello Francesco Galdiolo, pur senza contatti con i comandi superiori, si assunse la responsabilità di inviare uomini e mezzi verso le zone colpite. Il tenente Giampaolo Fazzi fu mandato a Maiano con un nucleo di soldati muniti di pale e picconi.

Da Gemona, intanto, arrivavano altre richieste. Servivano veicoli cingolati per muoversi tra le macerie. Furono inviati mezzi M113 verso la stazione dei Carabinieri di Gemona, mentre dalla caserma Nanino partivano camion carichi di soldati, attrezzature, razioni, teli tenda e coperte.

Fragomeno ha espresso anche amarezza per il fatto che, a suo dire, il contributo del 27esimo Reggimento nelle primissime ore non sia stato adeguatamente ricordato dalle fonti ufficiali. Per lui, quella notte il reparto fu tra i primi a intervenire concretamente scavando tra le macerie.

Nel racconto di Fragomeno non è mancata la dimensione privata. Il giorno successivo al terremoto, il 7 maggio 1976, inviò la moglie e le bambine in Veneto, dalla madre di lei. Proprio a causa del trauma vissuto, ha raccontato, la moglie perse il bambino che portava in grembo.

Fragomeno ha spiegato di aver resistito per un anno, vivendo anche le scosse del settembre successivo, fino a crollare emotivamente. Una ferita personale che si aggiunge al dolore collettivo di una regione intera.

Il suo intervento si è concluso con un ringraziamento ai radioamatori e ai tanti soldati che operarono nelle zone terremotate senza chiedere nulla in cambio, oltre a una preghiera per i colleghi Emilio Murgia e Giampaolo Fazzi, recentemente scomparsi.

La seconda testimonianza della puntata è stata quella di Giuseppe De Santis, collega di Fragomeno nello stesso reparto. Nel 1976 si trovava alla caserma Nanino di San Bernardo.

De Santis ha raccontato che la sera del terremoto era sulla branda, dopo una giornata intensa trascorsa al poligono di Bibione. Sentì prima un boato, poi un secondo. Aveva 22 anni e alloggiava in una stanza al primo piano della caserma. Un tragitto che normalmente avrebbe percorso in pochi secondi, per scendere in strada gli sembrò interminabile. Quando arrivò sull’asfalto, la scossa era finita.

Da quell’esperienza ha tratto una riflessione forte: durante un terremoto, scappare è quasi impossibile. Anche se la caserma non subì lesioni, si mosse violentemente, rendendo difficile ogni movimento.

De Santis ha ricordato la tempestività dell’intervento militare. Secondo il suo racconto, all’1.30 il reparto era già a Cavazzo, dopo aver ricevuto gli ordini dal colonnello Galdiolo. Il capitano Caporale distribuì le disposizioni operative, mentre il picchetto armato ordinario fu inviato con il tenente Labella.

Ha raccontato anche l’attraversamento di un ponte nella zona di Gemona, affrontato con prudenza per il timore che potesse crollare: prima passarono i camion, poi i soldati.

Nelle ore successive De Santis fu impegnato anche a Udine, in viale Venezia, dove montò con i suoi uomini una tenda 6x6 destinata, se necessario, al trasferimento dei malati. Mentre lavoravano, arrivavano camioncini carichi di feriti da Gemona e Maiano.

Il mattino seguente fu mandato a Montenars con una CM52, quattro soldati, acqua e coperte. Lì trovò una situazione drammatica: salme già raccolte nella scuola, macerie ovunque, civili e militari insieme a scavare.

Uno dei passaggi più commoventi della puntata è stato il ricordo di un uomo che scavava tra le macerie, recuperando oggetti appartenuti alla sua famiglia. Ogni volta che emergeva una collanina o un dono, l’uomo li riconosceva. De Santis chiese chi fosse quella persona e gli fu risposto che stava cercando la moglie e due bambine.

La compostezza di quell’uomo, ha raccontato De Santis con evidente emozione, rimane una delle immagini più forti della sua esperienza. Una fermezza silenziosa, dentro una tragedia indicibile.

De Santis ha poi ricordato il passaggio ad Artegna, paese che conosceva anche per la presenza della discoteca La Grotta. Dopo il terremoto, però, la zona appariva irriconoscibile: macerie a destra e a sinistra, strade impraticabili, disperazione ovunque.

Nel corso della trasmissione, De Santis ha raccontato anche altri interventi dei giorni successivi: il trasporto di casse contenenti le vittime al cimitero di Tarcento, lo spostamento in una zona riparata dal sole e l’impiego della calce idrata sulle macerie per prevenire rischi sanitari.

Parole dure, ma necessarie per restituire la realtà di quei giorni. Il terremoto, ha detto, non lo augurerebbe a nessuno. E ha sottolineato come solo chi ha vissuto davvero quei momenti possa raccontarne fino in fondo l’intensità.

La puntata ha poi allargato lo sguardo alla ricostruzione e al cosiddetto modello Friuli. Patrick Ganzini ha ricordato le parole pronunciate nelle celebrazioni ufficiali, a partire dall’immagine delle rondini evocata dal presidente Fedriga: un bambino, dopo il terremoto, disse che le rondini non volavano più perché avevano abbandonato quei luoghi. Le rondini sarebbero tornate con la ricostruzione.

Fragomeno ha riportato un episodio emblematico accaduto a Gemona, nelle case popolari Fanfani, dove i capifamiglia si riunirono per decidere da quale parte iniziare a scavare. In mezzo al dolore per mogli, figli, parenti e amici sotto le macerie, bisognava scegliere come agire. Un’immagine che racconta la durezza di quelle ore e la forza di una comunità.

Il tema del “fasin di bessoi”, richiamato anche nelle celebrazioni istituzionali, è stato al centro del dialogo con gli ospiti. De Santis ha spiegato che il Friuli è una terra storicamente attraversata da popoli, guerre e sofferenze, e che questa storia ha contribuito a formare un carattere abituato alla fatica e alla ripartenza.

Pur non essendo friulano di nascita, De Santis ha raccontato di vivere in Friuli dal 1972, di aver sposato una friulana e di conoscere bene la laboriosità, la dignità e la volontà di fare di questa gente.

Secondo lui, furono determinanti anche la presenza diffusa dei reparti militari sul territorio e la capacità delle istituzioni di allora di agire rapidamente. Cucine da campo, pasti caldi, uomini e mezzi furono messi in campo in tempi brevi, sostenendo la popolazione nei giorni più difficili.

Un altro tema emerso nella puntata è stato quello della responsabilità amministrativa. De Santis ha ricordato come nella fase della ricostruzione furono dati poteri e risorse ai sindaci, cioè a chi conosceva davvero il territorio e i bisogni delle comunità.

Una scelta che, secondo il testimone, contribuì al successo della ricostruzione. Non si perse tempo in lunghe discussioni, ma si guardò alla realtà: case distrutte, paesi devastati, famiglie da riportare alla normalità. Bisognava fare, e il Friuli fece.

Nel confronto è stato richiamato anche il tema dell’attualità e delle responsabilità dei primi cittadini, con riferimento alla vicinanza espressa in sede istituzionale al sindaco di Preone.

Durante la trasmissione, Patrick Ganzini ha letto anche alcuni dei messaggi arrivati dai telespettatori e dai lettori di Nordest24. Testimonianze personali, ricordi familiari e parole di orgoglio.

Alida Pevere ha raccontato che nel 1976 aveva 13 anni e viveva a Mels di Colloredo. La sera del terremoto, dopo la prima scossa, stava cercando di scrivere sul diario che le tremava la mano. Riuscì appena a scrivere “la mano mi…” prima che arrivasse la scossa più devastante.

Da Lignano è arrivato il ricordo di chi, nel 50esimo anniversario, si dice ancora orgoglioso di aver ospitato amici di Gemona. Francesco Scottà ha scritto parole di appartenenza e gratitudine verso il Friuli, una terra che ha tremato, sofferto e insegnato valori profondi.

Sono stati letti anche i messaggi di Stefania Fornasiero, Nicolò Milani, Marzia Sorato e Annamaria Verbi, tutti segnati dal ricordo, dall’orgoglio e dalla commozione.

La puntata ha ricordato anche il momento conclusivo delle celebrazioni con il presidente Sergio Mattarella, che ha incontrato centinaia di bambini con le bandierine e l’inno di Mameli. Un’immagine simbolica: il passaggio della memoria alle nuove generazioni.

Fragomeno ha voluto spezzare una lancia a favore dei giovani, ricordando come anche nel 1976 ragazzi giovanissimi si diedero da fare tra sangue, macerie e disinfettante. Non esistono solo le immagini negative che spesso emergono nella cronaca: ci sono giovani capaci di responsabilità, coraggio e servizio.

De Santis ha sottolineato che trasmettere questi valori ai bambini non è solo importante, ma fondamentale. Ai giovani, ha detto, bisogna insegnare la realtà della vita, il sacrificio, la responsabilità, il rispetto delle istituzioni e la capacità di distinguere ciò che vale davvero.

Nella parte finale, la puntata ha riflettuto sul valore universale della memoria del terremoto friulano. La tragedia del 1976 non è soltanto un fatto storico locale, ma un esempio di unità, solidarietà, ricostruzione e pace.

Patrick Ganzini ha evidenziato come, durante le celebrazioni, fossero presenti rappresentanti istituzionali di orientamenti diversi, accomunati dal rispetto per una memoria condivisa. Una dimostrazione di unità davanti al dolore, alla rinascita e al bisogno di pace.

Il messaggio conclusivo è stato rivolto soprattutto alle nuove generazioni: ricordare il terremoto del Friuli significa non dimenticare le vittime, ma anche custodire i valori di fraternità, aiuto reciproco, coraggio e responsabilità che permisero a una terra distrutta di rialzarsi.

La puntata speciale di Nordest24, curata da Patrick Ganzini con gli ospiti Salvatore Fragomeno e Giuseppe De Santis, ha restituito una memoria viva, fatta di volti, storie, lacrime e dignità. Un racconto necessario per continuare a dire, cinquant’anni dopo, che il Friuli non dimentica.

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