A Venzone il sisma del ’76 diventa guida per la montagna di oggi
Nel Palazzo comunale confronto tra studiosi e protagonisti della ricostruzione: al centro prevenzione, assetto dei borghi e tutela delle comunità alpine.
Non come semplice memoria del passato, ma come riferimento concreto per le scelte di oggi. A Venzone il terremoto del 1976 è tornato al centro di una giornata di studio dedicata a come proteggere i territori montani, mettendo insieme esperienza storica, pianificazione e sicurezza.
L’appuntamento si è svolto venerdì 19 giugno 2026 nel Salone del Palazzo Comunale, nell’ambito della Dolomiti Mountain School. Il tema proposto ha chiamato a raccolta esperti e figure che hanno vissuto da vicino la stagione della ricostruzione friulana, ancora indicata come un passaggio decisivo per comprendere il rapporto tra comunità, rischio sismico e permanenza nei paesi di montagna.
Venzone come punto di partenza per rileggere il Friuli
Il confronto ha rimesso al centro quello che viene spesso definito modello Friuli: un’esperienza che, a distanza di cinquant’anni dal sisma, continua a essere osservata per la sua capacità di tenere insieme messa in sicurezza, recupero dei centri abitati e continuità della vita locale.
Tra gli aspetti più richiamati c’è stata la scelta di ricostruire nei luoghi originari, senza delocalizzare i paesi colpiti. Diego Carpenedo, già componente del Gruppo multidisciplinare centrale per la ricostruzione, ha indicato proprio questo come uno dei tratti che hanno dato rilievo internazionale all’esperienza friulana, segnando una differenza rispetto a soluzioni adottate altrove dopo eventi calamitosi.
Il tema urbanistico e i limiti della regia territoriale
Accanto alla dimensione storica, il dibattito ha toccato anche il versante della progettazione urbana. L’architetto Pierluigi Grandinetti, docente all’Università Iuav di Venezia, ha richiamato il valore dei piani particolareggiati usati per recuperare i borghi, considerandoli uno degli elementi più innovativi di quella fase.
Nello stesso intervento è emersa però anche una riserva sul coordinamento complessivo del territorio. Grandinetti ha osservato che è mancata una visione sovracomunale abbastanza forte da orientare servizi e scelte di area vasta, citando come esempio la presenza di tre ospedali nello spazio compreso tra Gemona, Tolmezzo e San Daniele.
Prevenzione sismica, il nodo resta aperto
La riflessione si è spostata poi sul rischio sismico nel resto della regione. Marcello Riuscetti, già docente di Sismologia applicata all’Università di Udine, ha posto l’accento sulle differenze che ancora segnano il Friuli Venezia Giulia, sostenendo che alcune zone più periferiche rispetto all’epicentro del 1976 continuano a presentare condizioni di vulnerabilità elevate.
Da questa lettura nasce la richiesta di una prevenzione più omogenea, capace di garantire livelli di tutela simili in tutto il territorio regionale e non soltanto nelle aree che furono investite più direttamente dal terremoto.
La conoscenza scientifica come base delle scelte
Sul tema della convivenza con i fenomeni naturali è intervenuto anche Giuseppe Muscio, responsabile scientifico del Geoparco delle Alpi Carniche. Il suo contributo ha ribadito un punto essenziale: non è possibile stabilire con precisione quando avverrà un terremoto, ma gli strumenti scientifici disponibili consentono di lavorare seriamente sulla riduzione del rischio.
Per questo, nel confronto ospitato a Venzone, la prevenzione è stata indicata come il terreno decisivo su cui costruire le politiche per la montagna. Non soltanto memoria quindi, ma una lezione ancora attuale per i centri friulani che vivono tra fragilità del territorio e necessità di restare abitati.
La decima edizione della Dolomiti Mountain School proseguirà dopo l’estate con due nuove tappe: l’11 e 12 settembre a Forni di Sopra, alla Ciasa dai Fornés, e il 16 ottobre a Claut, dove il percorso si chiuderà con un incontro dedicato al rapporto tra montagna e cultura del cibo.